Apr 13, 2011 - favole e fiabe    No Comments

Una magica avventura

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era una volta un ragazzo di nome Filippo che viveva con sua madre, suo padre e due fratelli più grandi di lui, in una deliziosa casetta al limitare di un piccolo bosco vicino ad un ridente paesino chiamato Casoli.

La vita di Filippo era piuttosto ripetitiva, perché allo spuntar dell’alba la madre svegliava tutta la famiglia che, dopo una frugale colazione, si recava nei campi dove, si doveva lavorare sodo per strappare a Madre Natura quei pochi frutti che essa  donava loro.

Mentre il padre e i fratelli si recavano a lavorare nei campi, il ragazzo, si dilettava a pescare in un piccolo fiumiciattolo vicino casa, ad oziare sotto un albero, a fare scherzi ad alcuni contadini nei campi, insomma era proprio un monello!

Comunque, nonostante tutto i giorni si susseguivano in una monotonia totale ed infinita! Pareva che niente venisse a turbare lo scorre delle sabbie del tempo, così le ore, i giorni, i mesi e gli anni trascorrevano lente ed immutabili a tal punto che le acque cristalline di un fiumiciattolo lì vicino sembravano statiche ed immote!

“ Che noia!!”- Pensava Filippo tra se e se, mentre buttava una pietra in nello stagno per far volare via alcune anatre selvatiche! – “Non succede mai niente qui!! Neanche un incendio, una tempesta, una folata di vento che venga a rompere questa monotonia… quasi quasi vado via così potrò vedere gente nuova, nuovi paesi e… perché no fare qualche nuovo scherzo a qualcuno di diverso! Immagina se si mettono in mente di farmi andare anche a scuola poi… che barba!!”

E così invece di tornare dai suoi per sentire la solita ramanzina sui doveri, sulla necessità di essere un bravo ragazzo etc… decise di andarse e… così fece!!

Cammina, cammina la fatica lo sopraffece ed invece di intraprendere una meravigliosa avventura girovagando per il  mondo, si fermò sotto un albero e si addormentò profondamente!

I suoi famigliari, tra il preoccupato e l’irritato per l’ingiustificato ritardo, partirono alla ricerca di Filippo e dopo averlo ritrovato e sgridato un po’ rudemente, lo riportarono a casa. Il giorno dopo, il ragazzo, avendo preso gusto all’oziare, invece, di andare a lavoro, si fermò all’interno del bosco all’ombra di una grande quercia dove schiacciò un meraviglioso pisolino. Intanto le prime ombre della sera si addensavano sul querceto e Filippo, con molta calma si avviò verso casa quando i suoi gli si fecero incontro impensieriti dal suo ritardo e dopo averlo rimproverato di nuovo lo riportarono a casa.  

Queste “fughe” durarono ben sette giorni sette, e così i suoi fratelli e suo padre, stufi ed esasperati dalle intemperanze del ragazzo lo cacciarono di casa!!

Il povero Filippo senza casa ed affetti, iniziò a vagare per il bosco che alla luce del sole sembrava un luogo ameno e meraviglioso, pieno di tanti animaletti deliziosi che con il loro canto allietavano l’atmosfera bucolica di questo posto; ma… di notte esso diventava un luogo lugubre e tenebroso pieno di presenze inquietanti che lo osservavano in una notte senza luna!   

Cammina, cammina stanco, assonnato, impaurito, lacero mentre i rami gli sfioravano il viso e gli tormentavano le gambe e le braccia giunse al limitare del bosco e… vide da lontano una radura fiocamente illuminata da una flebile  fiammella, al centro di questa spiazzo c’era una casina con una deliziosa finestrella, dalla quale filtrava la debole luce tremolante di una candela. 

Il ragazzo esausto ed impaurito bussò alla porticina di legno che si aprì con un sonoro cigolio e vide sulla porta un vecchietto con una faccia buffa e rubiconda, con due grossi baffoni bianchi e un paio di occhiali calcati sul naso, che gli faceva cenno di entrare!!!

Dopo essere entrato ed essersi rifocillato con ogni ben di Dio, Filippo, notò che più mangiava e più le vivande aumentavano e alla fine, sazio e soddisfatto per la cena, andò a letto.

Un timido raggio di sole illuminò la stanza fermandosi sul volto di Filippo il quale si svegliò quasi subito. Il suo sguardo assonnato vagò per tutta la camera e si fermò sul tavolino riccamente imbandito per la colazione. – Che bello ora si magia!!! – pensò e senza attendere oltre si sedette ed iniziò a mangiare; aveva quasi finito quando una porta si aprì attirando l’attenzione del ragazzo, su di essa apparve il suo ospite che chiese se aveva riposato bene, il ragazzo annuì con la bocca piena di cibo.

Finita l’abbondante colazione il fanciullo si alzò e fece per andarsene, ma l’uomo lo fermò dicendogli: “ Hai notato nulla di strano nel tavolo?”

“Si, più mangio e più il cibo aumenta e non riesco a finire tutto… e come se il tavolo avesse qualcosa di magico…” gli rispose. L’uomo annuì, spiegandogli che bastava dire “tavola apparecchiati” e su di esso appariva tanto di quel cibo da sfamare il mondo intero!!

L’uomo disse, al meravigliato e sorpreso ragazzo, che egli era un famoso stregone, non sappiamo se buono o cattivo, e che aveva bisogno di un aiutante; Filippo prese la palla al balzo e così iniziò a lavorare alle dipendenze del veggente!

Ramazza, pulisci, fai i letti, lava gli alambicchi, cerca nel bosco le erbe magiche, dai da mangiare agli animali, cucina , lava e…le ore, i giorni, i mesi e gli anni iniziarono a volare così velocemente che Filippo non si rese conto di quanto tempo era passato ma cominciò a sentire la mancanza dei suoi famigliari e così chiese al suo padrone se poteva andare a trovare i suoi, l’uomo non solo gli diede il permesso ma gli regalò anche il tavolino magico e così dopo averlo ringraziato, uscì portandosi dietro il suo bel regalo!

Cammina cammina arrivò alle porte di Casoli e qui si fermò e sedendosi a riposare e posato il tavolo si mise a dormire, ma… la voce di un uomo lo svegliò, era un suo lontano parente che, dopo averlo salutato, lo invito a pranzo, incuriosito dallo strano oggetto che il ragazzo si portava dietro. – “Ma che magnifico tavolo, che bella forma, come è lucente…!!”- disse l’uomo attratto dall’oggetto.

Entrati in casa la moglie dell’uomo iniziò a preparare la cena, il ragazzo la fermò e messo il tavolo al centro della stanza disse – “tavola apparecchiati”- e… sul tavolo spuntò una quantità esagerata di vivande che andava dagli antipasti ai dessert passando per i secondi e vini pregiati!!

L’uomo e la donna, stupiti dal prodigio, mangiarono con un notevole appetito! Si era fatto tardi e i coniugi invitarono il ragazzo a dormire da loro per la notte, egli accetto con entusiasmo e ritiratisi ognuno nella  propria stanza il tavolino rimase al centro della camera mentre su di esso scendevano le ombre della notte.

Nel silenzio crepuscolare delle tenebre, la porta della cucina si aprì piano piano e una figura furtiva si impossessò del tavolo sostituendolo con uno simile!

Un raggio di sole illuminò la stanza, mentre Filippo si stiracchiava pigramente, si alzò e guardando fuori si rese conto che era ora di partire, e così salutati prontamente i suoi ospiti, prese il tavolo e si allontanò!

Cammina cammina per sentieri polverosi, attraverso una ricca e lussureggiante vegetazione, che la luce del sole rendeva molto più sfavillante e lucente, il cielo azzurro solcato da poche nuvolette, che si avvicinavano timorose verso un sole brillante che feriva gli occhi con la sua energia!

Il suo sguardo si perdeva verso l’orizzonte circondato da montagne altissime ammantati di un candido velo di neve che le faceva sembrare quasi eteree!

Intanto il sole stava per tramontare ed egli giunse a casa dove vede la madre intenta nelle faccende di casa, la chiamò ed essa, dopo un momento di sorpresa iniziale, lo abbraccio forte forte!!

Dopo averlo salutato lo avvertì che suo padre ed i fratelli non avrebbero gradito la sorpresa, ma il ragazzo non si scompose e disse alla madre di sedersi vicino a lui per parlare; nel frattempo arrivò anche il resto della famiglia che sorpresi nel vedere Filippo, si fermarono sulla porta divisi da una serie di emozioni che andavano dall’abbracciarlo, al rimproverarlo, al cacciarlo di nuovo di casa. Filippo dopo aver salutato suo padre e i fratelli ancora sorpresi, prese il tavolo e lo mise al centro della stanza e disse: “ Tavolo apparecchiati!” e…non successe nulla, il ragazzo sbalordito disse di nuovo con un tono di voce più alto: “TAVOLO APPARECCHIATI!!!” e… non successe niente!!

Dopo che sbigottimento iniziale fu superato le voci adirate del padre e i fratelli fecero di nuovo scappare Filippo, che tornò rapidamente dal mago che lo accolse benevolmente!

Passò dell’altro tempo ma Filippo era sempre più triste gli mancava la sua famiglia, e così lo stregone gli mostrò un portamonete che si riempiva di soldi quando gli si diceva: “Portafogli caccia soldi!”, glielo porse dicendogli: “Torna dai tuoi con un nuovo regalo…ma stai attento a non perderlo di nuovo!!”.

Il ragazzo ringraziò sentitamente e partì alla volta della sua casa; si fermò come al solito, alle porte di Casoli, dove lo chiamò il consanguineo invitandolo a casa, invito che Filippo accettò volentieri!

 Una volta a casa dell’uomo Filippo tra un bicchiere ed un’ altro, gli mostrò il nuovo regalo fattogli dallo stregone; l’uomo sorpreso, guardò avidamente il portafogli e dopo averlo invitato a passare la notte con loro, non appena il ragazzo si addormentò gli sottrasse l’oggetto magico, sostituendolo con uno simile!

Il giorno dopo Filippo salutò i suoi ospiti e partì alla volta di casa sua, arrivò come al solito all’imbrunire e dopo che sua madre lo salutò gli disse che non era stata una buona idea la sua di venire a casa perché i suoi fratelli e suo padre non avrebbero gradito la sua presenza!

Nel frattempo arrivarono anche i suoi congiunti che videro il ragazzo ed iniziarono a gridargli contro, ma Filippo, gli fece tacere mostrandogli il portamonete dicendo “Portafogli caccia soldi!” e…non successe niente!

Provò di nuovo con il medesimo risultato alla terza volta, i suoi iniziarono a guardalo minacciosamente al che il ragazzo schizzò fuori come una scheggia perdendosi nel buio della notte!

Era ormai giorno quando tornò dallo stregone che lo accolse sempre in maniera benevola e dopo avergli narrato la sua ennesima disavventura lo rifocillò con ogni ben di Dio!

Passò ancora del tempo e Filippo iniziò a sentire nuovamente la nostalgia di casa! Lo stregone vide la sua mestizia e gli mostrò un sacco, il ragazzo incuriosito chiese cosa contenesse, l’uomo disse “Bastone picchia!” e questo iniziò a roteare nell’aria minacciosamente e il ragazzo un po’ pesto e spaventato disse di fermarlo e lo stregone disse “Bastone fermati!” e questo si fermò tornando dentro il sacco!

L’uomo porse al ragazzo il sacco dicendogli: “E’ tuo!! Fanne un uso più assennato dei precedenti!!”.

Il ragazzo prese il sacco e partì alla volta di casa sua e mentre camminava si rese conto che il suo lontano parente era la causa dei suoi guai e probabilmente aveva anche le suoi doni magici!!

Arrivò alle porte di Casoli venne come al solito chiamato dal suo congiunto che lo invitò a casa, incuriosito dal sacco; appena a casa l’uomo gli chiese: “Cosa hai nel sacco?”; il ragazzo disse: “Bastone picchia!!” e…dal sacco uscì un bastone che iniziò a volteggiare in aria minacciosamente e… poco dopo iniziò a picchiare l’uomo che diceva: “Basta, basta…fermalo!!”. E il ragazzo disse: “ Restituiscimi i miei oggetti magici!!!”; l’uomo cercò di blandirlo dicendogli che si stava sbagliando che lui non gli avrebbe mai fatto una cosa del genere in quanto gli voleva bene come un  figlio!!

Il bastone continuava a picchiare e l’uomo fu costretto ad ammettere i propri furti e dopo che il bastone si fermò all’ordine del ragazzo: “Bastone fermati!!”, l’uomo gli restituì il maltolto!

Filippo ripresosi i suoi oggetti ripartì e arrivato a casa all’imbrunire trovò tutta la sua famiglia riunita intorno al tavolo, appena entrò Filippo fu accolto freddamente, ma egli non si scompose e quando i suoi fratelli e suo padre fecero per alzarsi, il ragazzo aprì il sacco e disse:“Bastone picchia!!”e…questo iniziò a volteggiare in aria minacciosamente ed iniziò a picchiare gli uomini che gli supplicavano di fermarlo; il ragazzo allora lo fermò dicendo:“Bastone fermati!!” e… questo si fermò rientrando nel sacco, gli uomini pesti si sedettero e così Filippo poté mostrare i prodigi del tavolo e del portamonete e… da quel giorno vissero felici, contenti e…ricchi!!

 

 

 

 

 

Apr 11, 2011 - favole e fiabe    No Comments

Il principe e la colomba

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Si racconta che tanti e tanti secoli fa in quella estesa e fertile pianura attraversata da uliveti, vigneti e macchie boscose, che va dai piedi di Montepallano, fino a degradare dolcemente tra le onde spumose del mare, che si infrangono armoniosamente sul litorale, sorgeva un imponente e maestoso castello!

Questo meraviglioso maniero aveva delle colossali mura merlate che cingevano quattro torri le quali formavano un ampio cortile, che per accedervi bisognava passare attraverso un  ponte mobile che si apriva al mattino per chiudersi la sera.

Il ponte levatoio era sospeso su di un fossato alimentato da un fontanile posto nelle sue vicinanze, poco lontano si scorgeva un delizioso ponticello in pietra bianca, che i raggi solari facevano risplendere come un diamante!   

Nell’ampio cortile che era adibito a mo di piazza, sostavano sempre mercanti, girovaghi, cantastorie, contadini, guardie, sentinelle, cavalieri, nobili e popolani dediti ai più disparati lavori, che rendevano questo luogo molto animato,il giorno, ma assolutamente silenzioso, e forse anche un po’ inquietante, la notte!

Questo spiazzo si apriva sulle scuderie, sulle cucine, su di una cantina con numerosi dolium di terracotta, sempre ricolmi di olio, vino oppure acqua, su di una cisterna, su di una cappella privata, sull’alloggio dei soldati, della servitù, di alcuni contadini e sul magazzino per lo stoccaggio delle derrate alimentari.

Nelle cucine mangiavano, di solito, la servitù e tutte quelle persone che non facevano parte della corte.

Attraversando un ampia arcata che fungeva da ingresso per un’altra cinta muraria, ci si trovava davanti ad una imponente scalinata di marmo bianco che portava negli alloggi dei reali.

Percorrendo un vasto corridoio, si incontravano stanze molto grandi e tutte affrescate con scene di battaglie, con motivi floreali e mitologici.

La stanza del trono dove il re riceveva i nobili, delegati stranieri,  cavalieri di alto lignaggio e amministrava la giustizia, era la più bella e la più fastosa, con i suoi stucchi dorati e gli arazzi appesi ai muri, sul soffitto vi erano dipinti affreschi di scene di caccia insieme ad un cielo stellato con tanto di Via Lattea!  

In mezzo alla stanza vi era un imponente scranno posto su di un piedistallo di marmo bianco su cui era appoggiato un lungo tappeto rosso dai bordi dorati; alcuni sfavillanti candelabri  d’oro e argento erano stati collocati negli angoli del vasto ambiente per rischiarlo, l’enorme porta, decorata con lamine d’oro, era quasi sempre aperta per mostrare agli illustri ospiti lo splendore di ciò che rappresentava il simbolo del potere del sovrano!   

Lungo gli ampi corridoi, con pavimenti a scacchiera, vi erano collocate armature lucenti e sfavillanti, spadoni, asce a doppio taglio, alabarde, balestre, stiletti incrociati su un supporti di velluto rosso posti sopra enormi camini in cui ardeva un bel fuoco crepitante!

Le finestre ogivali avevano vetri decorati con illustrazioni di una rosa con un petalo nell’atto di cadere dalla corolla, simbolo della casata del signore del castello; motivo, per altro dominante in tutti gli ambienti!

Intorno ad esso, delimitato da una robusto recinto di legno chiuso da un pesante cancello, sorvegliato giorno e notte da soldati del re, sorgevano  una serie  infinita di casupole, addossate l’una alle altre, con il tetto di paglia, con le finestre e le porte, molto massicce e grezze, fatte di tronchi di quercia messe le une accanto alle altre; e nelle sue vicinanze vi era un brulicare di donne, uomini, bambini e animali.

Le donne, per lo più dedite  all’agricoltura, indossavano una lunga tunica gialla, rossa, marrone o arancione che arrivava fin sotto le ginocchia, di lana grezza, tenuta in vita da una cintura fatta di canapa a mo di corda; esse, essendo prive di scarpe, avevano i piedi nudi e sporchi come i loro volti che erano sempre sudici e neri.

Gli uomini che erano nella maggior parte cacciatori, agricoltori guardiani di porci oppure guardie forestali, portavano un camiciotto di colore chiaro, con pantaloni che arrivavano fino al ginocchio anch’essi di colore chiaro, ma molti logori e sbiaditi; pure loro, come le donne, non portavano scarpe ed anche i loro visi erano sporchi; i bambini che spesso li si vedeva bighellonare sulle strade sterrate e fangose, indossavano vecchi stracci lisi, adattati alla buona, da abiti dei loro fratelli, sorelle più grandi oppure da indumenti dei loro genitori che avevano visto tempi migliori!

Essi giocavano spesso con cani randagi più simili a lupi che a cani; non lontano da questi vi erano recinti per porci  che sguazzavano nel fango e nella melma e qualcuno di loro usciva da qui per andare a giocare con i cani, gatti e bambini in un angolo del villaggio!

Nelle aie razzolavano galline, galli e pulcini; in estate questi spazi comuni erano usati per la battitura  dei covoni di grano da cui si ricavavano i dorati chicchi che poi venivano macinati, con una macina fornita di una pesante pietra rotonda con un foro centrale e un bastone che serviva per farla girare su se stessa.

Ad essa erano legati muli, asini, cavalli, servi, popolani, contadini, ridotti in schiavitù per debiti oppure per presunte gravi malefatte compiuti ai danni del re, dei nobili e del clero.

Le donne, come gli uomini si alzavano presto per andare a lavorare nei campi del proprio padrone che poteva essere il re o qualche nobile e zappavano dalla mattina alla sera con zappe di legno, aratri sempre di legno e vanghe fatte dello stesso materiale!

Le fanciulle spesso rimanevano a casa per rigovernarla, rifacendo i miseri letti fatti di paglia, foglie di granturco seccato o di stracci buttati in un angolo!!

La normalità di questi villaggi era rotta dal passaggio di soldati,cavalieri, nobili, briganti o sbandati di ogni risma e i bambini erano affascinati da queste figure a cavallo di magnifici destrieri, così violenti ed impetuosi da infervorare la loro fantasia a tal punto da  immedesimarsi ora con quel cavaliere ora  in quell’altro imitandone le gesta con spade di legno!

Tutto questo paesaggio era dominato dall’imponente figura del castello che incuteva paura, rispetto e devozione presso i suoi sudditi; esso era sempre controllato da un gruppo di guardie che lo sorvegliava dai camminamenti di ronda che circondavano il mastio, da dove  spesso si vedeva fare capolino l’austera figura del sovrano che si affacciava per ammirare incantato  le sue immense tenute!

Questo castello era abitato dal re, Arnulfo, da suo figlio Giuseppe, dalla regina  e da una immensa corte che si occupava di far funzionare, in maniera egregia tutto il reame!

Il re era molto fiero di ciò che lui e i suoi antenati avevano conquistato; infatti, non era raro, che egli rimanesse per ore e ore a fissare la foresta ove tanti secoli prima un suo avo Caio Giulio Juvenes era stato protagonista di una temeraria impresa che lo aveva portato a sfidare il grande Annibale che passava  lungo il tratturo Magno!

Questo ardimentoso generale aveva opposto una strenua resistenza alla calata dell’esercito nemico, ma dopo essere stato ferito fu costretto a ritirarsi con i suoi soldati, per poi morire ai piedi di Monte Moresco dove fu seppellito, con tutti gli onori in una tomba scavata nella roccia, all’interno di una macchia boschiva.

Questo bosco godeva di una brutta fama, poiché era evitato da tutti perché meta di magiche creature!

  Un giorno, però, uno sprovveduti  guardiano di porci che pascolava il branco di maiali proprietà dell’allora signore del castello, si spinse in una macchia boscosa, nei pressi della tomba del generale romano antenato di Arnulfo, fatta di querce frondose e cariche di ghiande.

 L’uomo si sedette all’ombra di un albero, mentre i suoi due cani sorvegliavano gli animali affinché questi non si disperdessero. Il guardiano di porci che aveva il sole negli occhi si spostò per controllare meglio i porci che grufolavano sotto gli alberi alla ricerca delle ghiande. All’improvviso gli sembrò di udire un allegra musichetta giungere da dietro un frondoso cespuglio, incuriosito, si alzò e si affacciò dietro gli arbusti dove vide…, con suo sommo stupore, alcune figure di donne bellissime quasi trasparenti, danzare in maniera così leggiadra nell’aria da sembrare più leggera e trasparente dell’aria stessa; queste avevano la pelle bianca come la neve, le guance rosse come melograni e i capelli biondi che ricordava una cascata d’oro ed indossavano  abiti così eterei da somigliare a quelle nuvole che a volte velano il cielo in estate!

 Accanto ad esse seduti in cerchio vi erano dei buffi esserini bassi e tozzi simili a cani con dei corti mantelli rossi legati al collo e con cappelli dello stesso colore, che suonavano piccoli ed insoliti strumenti musicali fatti d’avorio, platino ed argento, dai quali provenivano allegre musichette, che arrivate ad una certa altezza smettevano di essere semplici suoni per trasformarsi in note distine e solide che ricadevano a terra formando un tappeto di crome, semicrome, diesis, semplici note etc… ! 

Il guardiano di porci in preda al panico e con il cuore in gola cercò di scappare ma…una strana forza sovrumana lo catturò impedendogli di scappare e poco dopo iniziò ballare forsennata come se quella musica fosse magica e  qualcuno o qualcosa gli imponesse di far ciò!

Passarono attimi eterni, mentre il povero guardiano di porci era costretto a ballare suo malgrado finché… una folata di vento improvviso produsse un vortice che portò via con se foglie, rami secchi, zolle di terra e naturalmente queste donne, il guardiano di porci insieme a quelle strane identità vestite di rosso!

Una brillante luna in un immenso cielo trapunto di stelle rischiarava la radura dove i cani continuavano a sorvegliare i maiali che si erano riuniti in branco addossandosi gli uni agli altri; da lontano si udivano le voci concitate dei servi del re che cercavano il guardiano di porci e la sua mandria, ad un tratto i cani avendo riconosciuto le voci si misero ad abbaiare fortemente finché non  furono illuminati dalla luce delle torce, che rischiarò l’angolo di bosco dove si trovavano ammassati gli animali infreddoliti e spaventati!

 Essi chiamarono a squarciagola il guardiano di porci ma …solo il silenzio della notte e l’eco delle loro voci risposero alle loro grida.

Ai giorni seguirono i mesi e a questi gli anni ed infine i secoli, finché tutto tornò alla banale quotidianità scandita per i sudditi, dal duro lavoro nei campi e per i nobili dalle battute di caccia, qualche battaglia, tanti tornei ed altrettante feste! 

 Le pesanti sabbie del tempo obliarono il ricordo della tragica fine dello stolto guardiano di porci ed anche se il re era a conoscenza di questa misteriosa storia, per questo, come tutti, evitava i luoghi che erano stati teatro di tali eventi, si emozionava ogni volta che guardava la foresta e gli tornavano alla mente le imprese dei suoi avi, che come lui avevano combattuto mille battaglie, conquistando un vasto e fiorente regno, che avevano amministravano ed amministravano in maniera saggia ed equa, per questo motivo erano ben voluti dai loro sudditi!

   Quella mattina al castello un timido raggio di sole attraversò i vetri purpurei, ed il principe ancora assonnato fu svegliato dalla luce che, piano piano, inondò la stanza, esplodendo in un scintillante gioco di colori, che si rincorrevano sulle pareti bianche della stanza.

 Un penetrante, avvolgente e profumato odore di caffè mescolato a  cannella, cacao, vaniglia, sidro caldo, miele e succo di amarena, invase le stanze reali, mentre il re e la regina si accomodavano davanti ad una grande tavola imbandita con enormi recipienti traboccanti di frutta, cesti pieni di pane e focacce dolci e salate, spiedi di cacciagione, cucinati all’estro del cuoco, accompagnati da una grande varietà di legumi posti in scodelle d’argento e altrettante squisitezze che sarebbero bastate ad un esercito per sostenere un assedio lungo e periglioso!

Questa ampia stanza era arredata con specchi, cristalli, pregiate decorazioni, stupendi rivestimenti orientaleggianti, con quadri preziosi che occupavano intere pareti; i piatti e le posate in oro e argento splendevano come astri del firmamento, insieme ai calici guarniti con rubini, opali, topazi e diamanti.

Il delicato diadema che faceva capolino tra i capelli intrecciati con perle e solcati da fili d’argento della regina, era più splendenti di un raggio di sole che illuminava un candido ficco di neve!

Nel cortile del castello, nel frattempo, vi era la solita confusione di carretti  che andavano e venivano, di venditori di mele che assicuravano che la loro frutta era la migliore del reame; di monelli che rubavano qualche pezzo di torta o di pane raffermo dal banco del panettiere che li rincorreva senza successo; l’arrotino ed il fabbro che urlavano a gran voce assicurando che dopo la loro affilatura qualsiasi spada, coltelli, pugnali, asce e stiletti avrebbero tagliato anche le pietre; il macellaio che lodava la bontà delle sue carni, buttati disordinatamente sul banco e su cui si posavano alcune mosche annoiate e distratte; il contadino con il suo carretto di legno che cercava di vendere a qualche serva dal passo frettoloso, i suoi ortaggi appassiti e asfittici pronti per essere dati in pasto solo agli animali delle stalle reali!

In mezzo a quella rumorosa, colorata ed indistinta folla, passò il principe con il suo cavallo ed alcuni cavalieri che, usciti dal castello, si diressero verso quelle miriade di stradine contorte, polverose e bianche come cicatrici che solcavano i rigogliosi prati, i biondi campi di cereali che ondeggiavano come un mare d’oro; le verdeggianti vigne, i frondosi uliveti e la maestosa foresta!

Giuseppe dedito alla falconeria, cioè l’arte di addestrare i rapaci, indossava nella mano destra un pesante guanto color porpora su cui era appollaiato un magnifico girfalco, grande più o meno mezzo metro, dal piumaggio chiaro le cui estremità, aveva le penne ornate da macchie cuoriformi di colore marrone scuro. Una striscia color ocra gli attraversava il volto da un occhio ad un altro sul becco adunco simile al colore dell’acciaio scuro; portava al collo un capannello d’argento legato da una stringa di cuoio rosso che emetteva un dolce e soave suono ogni volta che muoveva oppure il vento lo faceva ondeggiare!

Il principe scese da cavallo ponendo le pregiate briglie d’oro e d’argento sul pomello della sella tempestato di gemme preziose, producendo un delicato suono che proveniva dai tanti campanelli dorati  attaccati ai finimenti!

Nel cielo terso una bellissima e diafana luna fece la sua apparizione, mentre le prime ombre della sera iniziavano a fagocitare la luce del sole morente, un leggero stormire di foglie lo mise in apprensione, in quanto il bosco dava ricetto a cinghiali, daini, cervi, lupi, volpi, linci, barbagianni, gufi, aquile, poiane, falchi, serpi, topi, scoiattoli e, secondo alcuni, anche a orsi!

Il principe emise un fischio rompendo, così  il silenzio della bosco, subito seguito dal volo radente del girfalco che si appollaiò sul guanto indossato dall’uomo.

Il castello, rischiarato dalla luce da una miriade di torce, gli apparve come sospeso in aria, in mezzo ad un mare di buio della notte imminente per questo, si affrettò a rientrare prima che il ponte levatoio fosse stato chiuso.

Lo scalpitio degli zoccoli del cavallo sul selciato, produceva un suono basso e stridulo, in contrasto con l’allegro vociare della schiera di dame e cavalieri che si avviavano ad entrare in un ampia sala dove i reali tenevano un’ennesima festa; nelle quali, il protagonista indiscusso, era il principe con la sua superba eloquenza, eleganza e stile!

Una piacevole  musica proveniva dall’angolo riservato ai musici che si esibivano nelle loro migliori composizioni, mentre da un arpa dalle corde d’oro giungeva una tenera melodia che riempiva di dolci note l’aria della fresca nottata.

La regina, seduta sul suo trono finemente cesellato, scuoteva di tanto in tanto il capo per assentire a quello che distrattamente le giungeva all’orecchio senza prestare molta attenzione al chiacchiericcio indistinto delle nobildonne che cercavano di coinvolgerla in pettegolezzi, a suo avviso, sterili!

Un brusio indefinito veniva dai tavoli dove si erano attardati gli uomini nel discorrere di politica, guerre, tornei e battute di caccia, mentre un giullare vestito con abiti sgargianti e con il suo tipico copricapo con campanelli posti ai quattro lembi del suo curioso cappello, che somigliava vagamente ad una corona, correva lungo la stanza cercando di attrarre l’attenzione raccontando aneddoti curiosi sulla vita di corte, oppure facendo dispetti agli indaffarati servi.

In un angolo un saltimbanco giocava con le mele rosse facendole roteare in aria, mentre un giocoliere dilettava gli ospiti con giochi fatti con il fuoco!  

Seduto in un angolo vi era il mago astrologo di corte con una lunga barba bianca ed una tunica nera con puntini rossi, che forse rappresentavano i pianeti del Sistema Solare, guardava con aria di scherno gli acrobati che cercavano di divertire inutilmente la distratta platea di nobili!

Così tra uno scherzo, una risata, un dolce arpeggio, guaiti di cani, fiumi di vino, e applausi fragorosi, una bellissima luna coronata da tante stelle, illuminava un cielo blu scuro, mentre un leggero e profondo silenzio accompagnava la luce tremola delle ultime candele si andavano spegnendo  nelle stanze della servitù prima che tutto il castello finisse tra le braccia di Morfeo!     

L’indomani una pioggia battente ed incessante insieme ad un vento gelido e sferzante, faceva dondolare paurosamente gli alberi della foresta come se questa violenta tempesta che si stava scatenando, volesse sradicarli dalle radici.

Il principe si aggirava silenzioso e pensieroso per le enormi stanze del suo castello, mentre gli tornavano alla mente le parole determinate del re:<< Sarebbe ora che tu trovassi moglie per dare un erede alla nostra nobile e gloriosa casata!

Io sono vecchio e un giorno tu mi sostituirai al comando di questo vasto regno, costruito con molta fatica, onore e grandi imprese dai tuoi avi! E non dimenticare che…>>

Ma… invece di rispondere uscì dalla stanza del trono sbattendo l’enorme e pesante porta che si chiuse alle sue spalle con un forte rumore che coprì le urla del re che continuava nel suo sproloquio!

 L’uomo furioso per ciò che il padre gli aveva detto pensò: “ Ma perché devo sposarmi, quando posso essere padrone del mio tempo, fare lunghe passeggiate con il mio falco, andare alle feste per tornare a giorno inoltrato forse anche un po’ brillo, andare a caccia con i miei amici, allenarmi tutto il giorno a combattere con la pesante spada a due mani, partecipare ai tornei, e… fare tante cose interessanti invece di stare con una moglie che fino ad ora non sento il bisogno di avere, e poi…non c’è nessuna per cui valga la pena rinunziare alla mia spensierata vita di principe e poi…”

La sua mente era occupata da tanti tristi e cupi pensieri quando un fulmine illuminò il corridoio seguito dal tremendo boato prodotto dal tuono che fece tremare le imposte, come un malato scosso dai brividi di una febbre violenta; l’uomo si fermò un attimo per buttare un’occhiata distratta fuori dalla finestra per poi ripiombare nei suoi tristi pensieri!

Dopo ore e ore di lento e mesto vagare per le camere del castello, Giuseppe, giunse, senza darsi conto, nelle stanze della madre ove la donna intenta nell’arte del ricamo non s’avvide della faccia malinconica del figlio, che dopo averla salutata si sedette di fronte a lei ed iniziò ad osservarla; le sue mani esperte si muovevano con la leggiadria di una vanessa colorata che si libra leggera in volo per disegnare strani e curiosi arabeschi nell’aria alla stessa maniera le dita della madre si spostavano veloci e esperte sulla candida pezza di lino, sulla quale prendeva forma un ricamo armonioso e delicato!     

Quel curioso ed esperto modo di eseguire una decorazione sulla stoffa, attrasse l’interesse del giovane che si fermò, come rapito dalla abilità e grazia dei movimenti della madre che stette ad osservarla per tanto tempo finché… ella non si punse un dito dal quale fuoruscì una goccia vermiglia di sangue che si posò, come un petalo di rosa rossa sulla  stoffa candida  come la neve!

Il principe ebbe un sussulto, come folgorato da un idea improvvisa, si disse, tra se e se: “ La mia sposa dovrà avere una pelle bianca come un raggio di luna, le sue gote dovranno essere rosse come una goccia di sangue e i suoi capelli dovranno ricordare l’oro dei miei campi di grano!”

Così salutata velocemente la madre, che era rimasta sorpresa dal bizzarro modo di comportarsi del figlio, si avviò verso le scuderie ma… un lampo illuminò il lunghissimo corridoio seguito da un fragoroso tuono che fece tremare il castello dalle fondamenta!

Il giovane, spaventato dalla violenza della tempesta, sussultò e si fermò a guardare dalla finestra la forza distruttrice di Madre Natura che si stava scatenando con tutta la sua potenza!

Per questo motivo decise che l’indomani, se la tempesta fosse terminata, sarebbe andato a cercare la sua sposa, così tornò nelle stanze della madre dove passò tutta la serata a conversare amabilmente con lei, bevendo vino vicino a un grande cammino di marmo verde scuro squisitamente intagliato.

Il giorno dopo un timido sole invase le stanze del castello e il principe dopo aver fatto una colazione regale, in compagnia dei suoi genitori ed aver spiegato loro la sua intenzione di cercar moglie, cosa che fece fare salti di gioia al padre, andò nelle scuderie e dopo che lo stalliere gli aveva sellato il cavallo, partì alla ricerca della sua sposa!  

Attraversò, i rigogliosi uliveti carichi di olive, i vigneti con copiosi grappoli color vinaccio, gli sterminati campi di grano che apparivano come un oceano dorato intervallato da papaveri che davano una nota di colore all’uniformità di questo paesaggio; superò anche gli sconfinati prati di un verde così intenso da far male agli occhi, per giungere, al tramonto, nelle vicinanze della foresta, dove, impastoiato il cavallo e posizionato su di un ramo il girfalco, si sistemò per  la notte!   

Una meravigliosa falce di luna, incorniciata da una infinità di stelle, rischiarava la radura, dove Giuseppe aveva acceso il fuoco per arrostirvi un cervo catturato nella foresta. Dopo aver mangiato, si sdraiò, avvolgendosi nel suo lungo mantello cremisi, ai piedi di una frondosa e nodosa quercia plurimillenaria e si addormentò.

Un leggero venticello gelido iniziò a penetrare al interno della foresta seguito da una nebbiolina grigiastra che attraversava gli alberi, insinuandosi  tra i rami e infilandosi tra i cespugli, come una massa densa e  lattiginosa, fino a formare una fitta cappa che calò su tutta la foresta ed i luoghi circostanti!

Il principe rabbrividì stringendosi ancor di più nel mantello, mentre, nel silenzio attutito da quella strana bruma, gli giungeva il flebile suono del nitrito del suo cavallo che diveniva un suono indistinto e distorto, quasi pauroso.

 Egli, anche se impaurito, si impose di non pensare a ciò che stava accadendo, così si coprì anche la testa per non sentire il rumore del silenzio che lo circondava…

All’improvviso questa coltre di nebbia che avvolgeva tutto fu squarciata  da un gioioso raggio di sole, che attraversò i rami degli alberi per fermarsi sulla figura ammantellata, sdraiata sotto un albero, che si alzò di scatto come se un ferro rovente lo avesse toccato;…un meraviglioso paesaggio assolato si presentò davanti a suoi occhi dell’uomo ancora assonnati, alberi lussureggianti, ricoperti di edera, fontane con acque zampillanti che si raccoglievano in conche scavate nella roccia dove si rifletteva uno spicchio di cielo azzurro, uccellini che volavano cinguettando armoniosamente tra i rami, scoiattoli con lunghe code si rincorrevano sui tronchi fermandosi, di tanto in tanto, a guardare il principe con aria curiosa e furbetta, tra i folti e bassi arbusti si intravedeva un cervo dalle lunghe corna ramificate che osservava l’uomo, con attenzione!

Egli, come attratto da una forza misteriosa ed ancestrale si avvicinò all’animale, ma…questi si allontanò accostandosi a una delle numerose fontane che trapuntavano la radura, in lontananza, gli sembrò di scorgere la sagoma maniero incorniciato da rami di alberi, ma non vi prestò molta attenzione, poiché il suo interesse era rivolto all’inconsueto comportamento dell’animale che pareva attenderlo!  

Così dopo alcuni minuti di esitazione Giuseppe gli si avvicinò fino quasi a toccarlo e…sotto i suoi occhi, vide che il cervo si trasformò in una vecchina che attingeva intenda ad attingere l’acqua con un orcio inesistente!  

Giuseppe, anche se era un valoroso cavaliere pronto ad affrontare eserciti nemici in cruente battaglie, rabbrividì e pietrificato dal terrore si fermò a guardare quell’entità evanescente che tranquillamente riempiva il recipiente di terracotta trasparente!

Egli rimase in attesa per un tempo che gli sembrò infinito, ma preso il coraggio a due mani, chiese alla donna:<< Signora posso aiutarvi?>>

Un cupo silenzio fece eco alle sue parole; ma l’uomo non si perse d’animo e ripeté la domanda a voce più alta:<<SIGNORA POSSO AIUTARVI??>>

Un inquietante silenzio seguì le sue parole!  

In preda al panico, l’uomo cercò di fuggire…ma un leggero movimento del capo della donna che si volse  verso un punto ben preciso, attrasse l’attenzione del giovane tanto che anche lui guardò nella medesima direzione della vecchina e…vide una pianta di melograno con tre frutti, tra i rami spogli che parevano tante dita scheletriche innalzarsi nell’aria,  pronte a afferrare il vuoto!

Si girò di nuovo per guardare la donna ma…con enorme stupore vide che ella non c’era più, come svanita nel nulla senza lasciar traccia di se!

L’uomo si guardò intorno terrorizzato e iniziò a gridare:<<C’è nessuno che mi possa aiutare?>>

Un tetro e spettrale silenzio si impossessò della foresta, mentre , l’uomo, sempre più agitato e confuso cercava aiuto; gli alberi intorno a lui iniziarono a girare vorticosamente fino a quando…

Una leggera brezza mattutina accarezzava il principe ancora stretto nel suo mantello, che cercava di distendere i muscoli indolenziti  per la notte trascorsa all’addiaccio, si alzò, non senza una certa fatica, guardando  il paesaggio simile a quello che aveva visto nella sua visione onirica, si allontanò di qualche passo e scorse la fontana con l’albero di melograno nelle sue vicinanze.

Si diresse alla fontana  per rinfrescarsi e…mentre prendeva l’acqua notò un volto di donna bellissimo dai capelli biondi, dalla pelle bianca e dalle guance vermiglie, che si rifletteva nella vasca dove si raccoglieva l’acqua della fonte, l’uomo ammirato da tanta bellezza e soprattutto somigliante alla donna che cercava, si girò per guardarla meglio ma… dietro di lui c’era solo l’albero spoglio di melograno con tre melograni!

Il principe, attratto da quella strana pianta senza foglie circondato da alberi frondosi, raccolse un frutto e lo aprì con il corto pugnale che portava sempre al fianco, all’improvviso dal frutto venne fuori una bellissima donna con i capelli biondi, le guance rosse e la pelle bianca che gli disse:<< Dammi da bere!!>>

L’uomo stupito e meraviglio da tale visione, rimase fermo a guardare la donna che svaniva nell’aria in una nuvoletta bianca!

Allora, raccolse il secondo frutto e lo aprì e…anche questa volta dal suo interno venne fuori una donna bellissima che come la prima aveva i capelli biondi, la pelle bianca e le guance rosse, anche questa gli chiese da bere ma…come per la prima, egli rimase immobile per lo sorpresa, mentre la donna svaniva sotto il suo sguardo attonito!

La terza volta l’uomo memore delle volte precedenti, prima di cogliere l’ultimo melograno, prese dalle sacche del suo cavallo una scodella e la riempì d’acqua, posandola sul bordo della vasca della fontana, prese il frutto e tornò vicino alla scodella, lo aprì con molta cautela e quando la donna, che come le precedenti aveva i capelli biondi, le gote rosse e la pelle bianca, venne fuori, gli chiese da bere l’uomo le stese la scodella dicendo: << Prendete gentile signora!>>

Ella bevve il contenuto della ciotola, avidamente, e mentre lo faceva i suoi contorni all’inizio evanescenti e trasparenti diventavano sempre più evidenti e marcati, fino a trasformazione in una donna in carne ed ossa!

L’uomo rimase piacevolmente colpito dalla bellezza della donna, che con molta grazia gli restituì la scodella dicendo: << Tante grazie gentile cavaliere per la vostra prontezza nel darmi da bere come posso ricompensarvi??>>

Il principe al colmo della gioia le disse:<< Dolce signora, qual è il vostro nome? Di donde venite? E di grazia volete spiegarmi perché eravate dentro il melograno??>>

La donna fece un profondo respiro e iniziò a parlare con una voce che somigliava ad un armonioso cinguettio di un usignolo: << Il mio nome è Onorina ed io e le mie due sorelle, Ambrosina e Angiolina, le altre fanciulle che erano nei due frutti che voi avete aperto precedentemente, eravamo le principesse delle fate!>>

Una lacrima le scese lungo le sue guance che,erano così candide e perfette da somigliare a quelle di una bambola di porcellana, non appena la lacrima bagnò il suolo, da essa germogliò una bella margherita, contornata da tante foglioline verdi!

Si asciugo un’altra lacrima continuando a narrare la sua storia:<<Vivevamo in un magnifico castello tutto di cristallo, ai margini di un lago appena fuori dalla foresta. La mattina il sole, con i suoi caldi raggi, illuminava le mura facendolo risplendere come un diamante!

Mia madre, la regina delle fate era una donna bellissima e mio padre il re delle fate, era molto valoroso, leale e saggio. Amministrava il suo regno con onestà e giustizia e tutti i suoi sudditi gli volevano bene; ogni uno poteva contare sulla solidarietà della comunità e nessuno veniva lasciato solo!

Ma mentre i suoi sudditi lo amavano, fuori dal suo regno era invidiato ed detestato dagli altri sovrani suoi confinati e non solo!

Io e le mie sorelle vivevamo come in un sogno, tutto il giorno a fare lunghe passeggiate a cavallo oppure a piedi, per gli sterminati prati fioriti tutto l’anno, andavamo spesso in barca sul lago e di notte ci dilettavamo a guardare la luna che si specchiava in esso!

Nel nostro fastoso ed elegante giardino di piante rare, trapunto da statue policrome di personaggi leggendari, vi erano pavoni, unicorni, cervi dalle corna d’oro e fenici dall’allegro e colorato piumaggio che intrattenevano i nostri nobili ospiti che partecipano alle nostre feste famose nel regno e fuori da esso.

La vita di corte procedeva tranquilla e nella normalità scandita da lunghi periodi di pace e prosperità, fino a che un brutto giorno…>>

Un singhiozzo interruppe il racconto di Onorina, che nel ricordare quegli eventi una profonda emozione velò il suo sguardo che si fece triste; dopo un attimo di pausa ella si ricompose e ricominciò di nuovo a raccontare: << Mi ricordo come se fosse ieri…stavamo sedute, io e le mie sorelle, sul prato del nostro giardino all’ombra di un grande albero frondoso, vicino ad una fontana di marmo che rappresentava un satiro con la cornucopia dell’abbondanza in mano da dove fuoriusciva l’acqua, stavamo scherzando e ridendo, quando ci sembrò che le mani della statua si muovessero intorno alla cornucopia, come un movimento involontario delle dita; ma eravamo troppo occupati a divertici che non ci  facemmo caso!

Di nuovo il fauno mosse la testa e… questa volta fu un movimento più repentino e netto per cui non ci potevamo sbagliare…quella figura scolpita nel marmo era viva!

Terrorizzate scappammo via mentre una tetra risata echeggiava nell’aria!

Nel giro di poco tempo ci trovammo circondati dalle statue, che,sotto i nostri occhi si trasformarono in tanti esseri umani che tentarono di prenderci…ma non so come riuscimmo a liberarci e a scappare all’interno della rocca! 

Appena varcata la soglia facemmo chiudere le porte del castello dalle guardie ma fu tutto inutile.

Tutto questo era opera di una fata invidiosa della bellezza e bontà di nostra madre, per questo cercò di catturarci e distruggere il nostro regno, e siccome…da sola non poteva riuscirci si circondò di esseri umani, crudeli e violenti provenienti dal mondo degli uomini.

Ella era riuscì a scoprire  il varco che collegava il mondo degli esseri umani al nostro,  che si trovava nelle vicinanze della tomba di  Caio Giulio Juvenes, celato dietro un frondoso cespuglio di biancospino, ed una volta apertolo, le fu facile far entrare da qui uomini spietati e senza scrupoli, attratti dalle nostre ricchezze!

 Dopo essersi introdotta nel regno, si impossessò della fonte della nostra magia, una pianta di melograni d’oro dal valore inestimabile, custodito in un giardino segreto all’interno del nostro maniero.

Si istallò nella rocca come nuova signora e padrona del reame, ci fece arrestare dai nostri stessi soldati, che non riconoscevano più l’autorità del re! 

 Dopo l’assassinio dei miei genitori, che riuscirono, prima di morire a trasformarci in tre bei melograni, tutto il reame fu in balia di questi malfattori, per questo dovemmo affrontare un lunga, crudele e violenta persecuzione che terminò con la distruzione di tutto…

Furono anni o forse secoli, poiché il tempo per noi non esistevano più, duri e violenti e mentre noi assistemmo, come muti testimoni, alla completa devastazione del nostro mondo da parte di quella donna malvagia e dei suoi brutali servitori, un gruppo di valorosi, rimasti fedeli alla memoria del re e della sua famiglia, riuscì a penetrare nel castello e a sradicare l’albero di melograno che avvizzì subito.

 Nel giro di pochi attimi il nostro maniero crollò su se stesso,  travolgendo la fata malvagia ed la banda di malfattori al suo servizio.

Quelli che scamparono al crollo del castello furono trucidati dalla folla rabbiosa  degli oppressi, che come una marea travolse e spazzò via tutti gli ultimi superstiti di questa tragica storia!

Per giorni e giorni i nostri vagarono per le macerie di questa assurda battaglia, finché sfiniti, sconfortati e depressi, si rifugiarono nella grotta del Cavallo Bianco nei pressi di Lama dei Peligni, dove una frana, chiuse per sempre l’ingresso dell’antro, seppellendoli al loro interno.     

Noi tre fummo condannate a rimanere intrappolate nei melograni finché un cavaliere dal cuore puro e di nobili sentimenti non ci avrebbe salvato con il suo coraggio…

Come voi, ad esempio, che siete stato guidato dalla mia nutrice che si era trasformata in cervo per condurvi da  me e dalle mie sorelle!>>

Il principe ascolto, commosso e rapito, il racconto e alla fine le chiese:<< Mia signora voi sareste una degna regina per il mio regno volete sposarmi?>>

Ella emozionata per la particolare richiesta, annuì con il capo, facendo felice l’uomo che le disse di attendere lì, il suo ritorno, poiché doveva preparale un accoglienza degna di una regina, per questo motivo, sarebbe tornato da lei, il più presto possibile con il re, suo padre, la regina, sua madre e i nobili, che avrebbero rappresentato una adeguata scorta per  una così leggiadra ed distinta dama!

La donna, dopo aver salutato il suo sposo, si sistemò su di un albero vicino alla fontana in maniera che nessuno potesse vederla prima che lui  tornasse!

Giuseppe riprese il cavallo, il girfalco e partì alla volta del suo castello e come se il suo destriero avesse le ali, si allontanò velocemente!

La donna lo guardò andare via finché non divenne un puntino nero all’orizzonte.

Nel frattempo che attendeva il ritorno del suo sposo, sfinita dalle tante emozioni, si appisolò.

Un’allegra canzoncina cantata da una voce femminile non molto intonata, ed il rumore di rami secchi spezzati, la destò, si affacciò tra le foglie vedendo una figura tozza di donna con i capelli neri spettinati e  sporchi, che portava in mano un orcio di terracotta marrone chiaro, avvicinarsi alla fontana.

Mentre l’orcio si riempiva, essa, si specchiò nell’ incavo dove si raccoglieva l’acqua della fontana e…con suo grande stupore vide un volto muliebre bellissimo riflesso sulla sua superficie!

<< Sono davvero bella!!>> disse la donna ad alta voce, complimentandosi con se stessa!

Così dicendo si aggiustava i capelli, toglieva le pieghe alla sua ampia gonna lacera, sgualcita e sporca di fuliggine e terra; essa continuava a pavoneggiarsi, mentre l’orcio si stava riempiendo e l’eccessivo peso lo fece cadere; la donna incurante di ciò continuò a specchiarsi, e a compiacersi del suo aspetto, finché Onorina, divertita dal modo di fare della donna, scoppiò in una sonora risata!

Volgendo  lo sguardo tra i rami, vide fare capolino un volto di donna incorniciato da una cascata di capelli biondi.

Svelta come un gatto la raggiunse e dopo esserle seduta accanto le disse :<<Siete  bellissima signora!>>

<<Grazie!!>> le rispose la donna arrossendo per l’imbarazzo.

<<Come vi chiamate?>>la incalzò

<< Onorina>> fu la sua laconica risposta  

La popolana continuò a farle ancora tante domande intervallate da complimenti come:

<<Che Meravigliosi occhi azzurri che avete!

Da dove venite?

Non vi ho mai visto da queste parti!!>>

Onorina un pochino seccata da questa serie di domande infinite, omettendo la sua vera identità, le spiegò che stava attendendo il ritorno del principe suo futuro sposo, che sarebbe arrivato di lì a poco.    

Mentre conversavano, la donna le toccava il viso ed i capelli; Onorina, un po’ a disagio per le continue domande rivoltele e il curioso modo di manifestarle l’ammirazione accarezzandole i capelli, non si mosse quando la donna avvicinò la mano come per farle un’altra carezza ed invece con un gesto rapidissimo si tolse una forcina dai capelli e gliela infilò nell’orecchio della fata che…una magnifica colomba bianca come la neve si librò in volo da una frondosa quercia a ridosso della fontana; una candida piuma lieve come un fiocco di neve cadde nella boscaglia fermandosi sopra alla margherita che era nata dalla lacrima della fata!

 Una risata stridula simile ad un verso di un barbagianni, squarciò il silenzio della notte, mentre la colomba si allontanava in volo, verso il castello di Arnulfo; una nuvola nera ghermì, come un’enorme mano predatrice, quella bellissima falce di luna che sembrava tenuta appesa in cielo da un filo invisibile come quello che legava la colomba a Giuseppe! 

Un carretto di legno pieno di fieno, procedeva con difficoltà lungo la strada sterrata e polverosa che portava al borgo e poi al castello, all’improvviso un cavaliere, che pareva cavalcare un cavallo alato per quanto corresse, lo superò, facendolo vacillare; l’uomo che conduceva il carro, si irritò moltissimo, ma riconoscendo nel cavaliere frettoloso il suo principe evitò di inveirgli contro! 

Attraversato velocemente il ponte levatoio, Giuseppe, lasciò il cavallo nelle stalle e si precipitò, salendo due a due i gradini nelle stanze reali, dove trovò i suoi genitori a tavola con tutta la corte.

<<Sono contento di trovarvi tutti qui, così ho evitato di riunirvi per darvi una lieta notizia: ho trovato la mia sposa e che al più presto sarà qui con noi!>> disse Giuseppe al colmo della gioia!

Il re Arnulfo, si alzò ed andò ad abbracciare il figlio, seguito con deferenza, dal resto dei nobili che si complimentarono con lui, uno per volta, facendogli dei grandi inchini e rivolgendogli parole di circostanza!

Mentre i cavalieri gli facevano mille domande sulla sua futura moglie e, dato che aveva trascurato di dire che ella era una fata, per la precisione la principessa delle fate, tutti si chiedevano, con un pizzico di invidia, soprattutto da parte delle donne, come e dove l’aveva incontrata e perché non era lì  insieme a lui!   

Il principe glissò le domande con un dolce sorrise, salutando tutti, dicendo che domani avrebbero conosciuto la loro futura regina, che con la sua bellezza , dolcezza e affabilità li avrebbe sicuramente conquistato tutti! 

L’alba sorprese gli abitanti del castello indaffarati nei preparativi della festa di fidanzamento del principe, il quale a sua volta insieme ai suoi genitori e con un nutrito seguito composto da soldati, cavalieri, paggi, damigelle e serve, si erano già incamminati alla volta della foresta per andare a prendere  Onorina!

Dopo lunghe ore di cammino giunsero vicino alla fontana dove li attendeva la donna, Giuseppe emozionato e po’ in apprensione per il giudizio dei suoi genitori, chiamò la fata e… non ebbe nessuna risposta; la richiamò di nuovo attendendo, con ansia una sua risposta ma…ecco, all’improvviso affacciarsi tra le rigogliose fronde una donna dal viso tozzo e scuro, con i capelli spettinati e sporchi, e una voce rauca che gli diceva: <<Eccomi, mio principe!>> stendendo le mani verso di lui.

L’uomo rimase paralizzato dallo stupore, mentre si udiva un’esclamazione di sbalordimento da parte del suo seguito, in quel momento anche i cavalli fecero uno scarto, quasi disarcionando i loro nobili cavalieri!

Dopo essersi ripreso, disse l’uomo con tono abbastanza duro:

<<Chi sei?

Dove è la mia Sposa?

 Che cosa le hai fatto?>>

E la donna continuò: <<… ma mio signore come è che non mi riconoscete più?

Sono io la vostra sposa non rammentate!?>> insistette la donna lamentevole!

<<No! Non so chi tu sia?

DOVE SI TROVA LA MIA SPOSA!!>> Urlò Giuseppe.

<<…perché mi dite questo? Guardatemi bene sono io la vostra sposa!>>

Esasperato, il principe disse: “ Scendi giù che ti faccio arrestare per aver preso Onorina!!”

La donna iniziò a piangere calde lacrime che avrebbero impietosito anche un cuore di pietra e…infatti così fu!

Mentre il principe furente le intimava di scendere il re, pur di avere un erede avrebbe fatto carte false, convinse il figlio che probabilmente quella era la sua sposa, poiché nella foga dell’emozione di aver trovato la donna dei suoi sogni, non si ricordava bene come era fatta!

Il principe ci rifletté un pochino e giunse alla stessa conclusione del padre in quanto lui conoscendo la vera natura della donna, che gli altri ignoravano e cioè che lei era una fata, poteva benissimo essere ricorsa a qualche incantesimo per salvarsi. Così il suo aspetto vero  e non sottoposto ad incantesimo, in realtà poteva essere quello che vedeva ora!

Ma prima di aiutarla a scendere, una vocina nel suo cuore gli suggerì: “Giuseppe attento questa donna potrebbe essere un impostora che ha preso il posto della tua vera sposa!!”

Il principe scacciò dal suo cuore gli ultimi dubbi e allungata una mano aiutò la donna a scendere.

Si udirono commenti sommessi di disapprovazione ma  comunque il mesto corteo si avviò verso il castello.

Cammina cammina, attraversarono la foresta, gli immensi campi di grano, gli sterminati vigneti e uliveti, il bellissimo ponte di pietra bianca, il villaggio vicino alla fortezza, dove furono accolti da una folla festante che celebrava la fama del re e della sua famiglia, per giungere finalmente stanchi e tanto nervosi al maniero!

Dopo una giornata così tremendamente densa di eventi e aver desinato in maniera frugale per i loro canoni, i reali si ritirarono nelle loro stanze, mentre alcune cameriere aiutavano la falsa promessa sposa del principe a lavarsi e preparasi per la notte.

Giuseppe passò una notte agitata da incubi, nei quali sognava di vedere la sua vera sposa, Onorina, la principessa delle fate, trasformarsi in colomba e volare via sotto il suo sguardo attonito!   

Così decise di cercare delle risposte alle domande che gli si agitavo nelle mente e cioè chi era in realtà quella donna che diceva di essere la sua sposa? Poteva realmente essere Onorina che non era più sottoposta a malie? E se veramente era lei perché non si era presentata con il suo vero volto già dal loro primo incontro?

L’indomani di buon mattino, Giuseppe scese nelle scuderie si fece sellare il suo cavallo e partì alla volta della tomba del suo antenato Caio Giulio Juvenes, dove la fata gli aveva rivelato l’esistenza del varco tra il mondo degli uomini e quello delle entità magiche.

Dopo aver cavalcato per lunghe ore giunse ai piedi di Monte Moresco, si fermò a pregare sulla tomba del suo avo e iniziò a cercare il passaggio, ma cerca cerca … dopo diverso tempo non trovo nulla!

Allora l’uomo deluso, avvilito e depresso stava per risalire a cavallo, quando una bellissima colomba candida come la neve, iniziò a svolazzargli intorno.     

Egli infastidito da ciò, la scacciò via mentre una voce che risuonava nella macchia boscosa le diceva: <<Già mi hai dimenticata principe?

 Hai trovato una nuova sposa?

Lei è un impostora  che sta usurpando il posto della principessa della fate e tu la stai aiutando!>>

Il giovane scosso da queste parole, cercò di capire da dove provenissero e chi le avesse pronunciate, ma solo un silenzio tetro, fu la risposta alle sue domande, in quel luogo c’era solo lui e la tomba del suo avo!

Risalito in groppa al suo destriero l’uomo, si diresse velocemente verso casa, cercando di dimenticare tutto e sposare la donna che stava al castello senza porsi più problemi di sorta!

Dopo essere giunto al castello,  Giuseppe si recò dal padre annunciandogli la decisione di sposarsi al più presto!

Figurarsi la gioia del re che vedeva realizzarsi il più grande sogno della sua vita, diede subito disposizioni in merito e così fissata la data delle nozze per la settimana dopo, il giovane si ritirò nelle sue stanze dove… una bellissima colomba era ferma sul davanzale della sua finestra e lo fissava con aria severa!

Egli la prese e la poggiò su di un bracciolo di una sedia, mentre lui si sedeva accanto a lei, istintivamente, la cominciò ad accarezzare, quando…vide un forcina per capelli spuntare dall’orecchio dell’uccello, l’uomo glielo tolse immediatamente ed ecco  riapparire come per magia la sua Onorina!

L’uomo al colmo della gioia l’abbracciò  e chiamate le guardie fece arrestare la donna che si era spacciata per la sua sposa, ella fu fermata  mentre si stava divertendo un mondo a organizzare il suo matrimonio!

Il principe e la principessa delle fate si sposarono di lì a poco e nel regno vi furono tanti festeggiamenti; il principe e la colomba vissero felici e contenti per tanti e tanti anni ed io… me ne tornai a casa sotto sotto con una scarpa rotta!

 

 

FINE